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Rovera G.G.
Pubblicato nel numero: Anno XXXXI Luglio - Dicembre 2013 - Numero 74
Parole chiave: Cambiamento, Tradizione

EDITORIALE: Un passo indietro per avanzare

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EDITORIALE

I.          Nel maggio 2002, quale Presidente Onorario della IAIP e su segnalazione degli amici Bernard Shulman ed Eva Dreikurs Ferguson, venni invitato dal Dottor Crosmann, Direttore della Scuola Adleriana di Chicago. La “Lectio”, da tenere all’Inaugurazione dell’Anno Accademico, doveva essere in accordo col tema dell’Evento “Gli aspetti rivoluzionari della Dottrina Adleriana”.

Ricordo che mi erano stati concessi trenta minuti (oltre la discussione) e che un’allieva della Scuola, di fronte a me, scandiva il conto alla rovescia, con una specie di tabellone che indicava la progressiva e inesorabile riduzione del tempo: dapprima con la sottrazione di cinque in cinque minuti, e poi, alla fine, con l’indicazione dello scadere decrescente dei singoli minuti (-5, -4, -3, -2, -1, the End!).

Avevo preparato tre argomenti:

• Il primo tema verteva sugli aspetti rivoluzionari della “Dottrina” di Adler e sul fatto che la Scuola di Medicina di Vienna, con Wagner – Juareg, nel 1915, non avesse riconosciuto come scientifico il Suo Studio “Über der Nervösen Charakter” del 1912. Tuttavia, grazie al successo del modello teorico – pratico della Psicologia Individuale Comparata (P.I.C.) negli anni trenta, Adler sarebbe stato chiamato come Docente di Psicologia Clinica, dapprima presso la Columbia University e successivamente, nel 1932, presso il Medical College di Long Island, a New York. Il mio apporto sarebbe stato, qui,         quello di sottolineare la rivoluzione lungo il “continuum” dell’avanzamento della teoria e della prassi adleriane.

• Il secondo tema proposto si incentrava sull’ “Impegno psicoeducazionale” di Adler: dal 1920 al 1930. Tale pratica aveva rivoluzionato i “consultori giovanili” nell’Austria del dopo guerra del Primo Conflitto Mondiale, per i quali era stato insignito dell’alto riconoscimento di “Cittadino di Vienna” (1930). La mia Lettura avrebbe fatto emergere gli aspetti rivoluzionari nelle relazioni di aiuto, sia nel passato che nel futuro.

• Il terzo tema si basava sulle recenti acquisizioni Neurobiologiche, anche in relazione alle teorie della Mente. In allora, vi erano frequenti dibattiti con i colleghi/amici presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino. Le discussioni condotte con spirito critico spaziavano dalle Conferenze di Gifford J. Eccles (1980) sino ad Erick Kandel. Questi, già insignito del Premio Nobel, era venuto a Torino nel 2001 per il Conferimento della Laurea Honoris Causa ed aveva enfatizzato un Nuovo Umanesimo, basato sulla biologia della mente.

La rivoluzione della P.I.C. doveva ripartire dallo Studio sull’Inferiorità d’Organo del 1907, per recuperare appieno il senso della ricerca “Sul Temperamento Nervoso” del 1912.

Mentre Shulman era propenso per una Relazione sugli sviluppi futuri dell’adlerismo lungo una linea esistenziale/umanistica, Eva Dreikurs sosteneva invece che fosse più opportuno sviluppare il tema del modello bio/psico/socio/culturale e della compatibilità con la “Dottrina” Adleriana.
Affrontai questo argomento per sommi capi, sottolineando alcuni aspetti che ancora oggi ritengo validi, sia a livello teorico che pratico, in quanto sono di stimolo agli studi contemporanei, rispetto agli approcci sulle teorie della mente, sulle ricerche bio-psicologiche e sugli interventi psicoterapeutici.
Nella successiva discussione gli allievi della Scuola mi posero, tra le altre, questioni riguardanti le Teorie di Rogers (1951), i Livelli Motivazionali di Maslow (1950), l’Olismo di Smuts (1926), etc: tutti questi modelli si potevano, infatti, confrontare con una “Teoria della Mente” volta anche ad una ricerca oggettiva; nonostante che la dottrina Adleriana, com’è noto, fosse prevalentemente orientata verso un approccio soggettivo (Kurt Adler, 1967). Intervenne in seguito Mosak, il quale, piuttosto polemicamente, disse che il mio intervento costituiva “un passo indietro piuttosto che un passo avanti”.
La mia replica fu che fosse importante fare il passo indietro, ripartendo dallo “Studio sull’Inferiorità degli Organi e la compensazione psichica: un contributo alla Medicina Clinica” (1907 – 1908), per attuare un passo avanti, attraverso l’intero percorso delle successive ricerche teorico-pratiche dell’adlerismo. Il radicamento unico ed irripetibile dell’individuo umano, e quindi il punto d’appoggio
del suo organismo (Patologia dello Psicologico: modello oggettivo), permetteva di prendere uno slancio per un balzo in avanti, verso l’evoluzione dell’Individuo e della Società (Psicologia del Patologico: modello soggettivo). Un passo indietro mimava analogicamente una posizione dinamica di rincorsa, per procedere innanzi lungo una linea direttrice che promuovesse la ricerca in molti ambiti, senza chiudersi in un discutibile indottrinamento.
Dissi ancora che era utile radicarsi in un determinismo relativo legato alla biologia, come Adler sottolineava parlando di base ereditaria o di deficit somatico (1906 -1907), per poi evolvere verso un finalismo morbido orientato a mete realizzative e ad un progetto esistenziale.
Questo modello (somato-psichico e psico-somatico), radicato nella tradizione e aperto al cambiamento, era stato altresì l’argomento centrale del XX° Congresso IAIP di Oxford, 1996 (Acta, 1999).
A mio avviso, la Corrente Portante dell’Adlerismo riportata dagli Ansbacher (1956), costituisce un continuum rivoluzionario nella direzione dei livelli motivazionali, della “legge” del movimento, della teoria della Gestalt.
L’analogia di talune correnti psicologiche statunitensi degli anni trenta con quella di Adler (Massey, 1986; Stepansky, 1983) non solo equivale a riconoscere i contributi degli psicoanalisti “post- freudiani”, ma colloca Adler quale precursore dello schema relazionale e di un linguaggio agito (Schafer, 1976).
Si può sottolineare come anche altri metodi ed altre teorie psicoterapeutiche, senza entrare nell’“eclettismo ad oltranza” (Pagani, 2011), sono via via diventati sempre più compatibili con la Psicologia Individuale Comparata (P.I.C.) di Adler, al punto che essa potrebbe costituire l’avvio verso una tendenza all’integrazione (Kopp, 1990). E questo potrebbe essere un altro aspetto rivoluzionario.
Nelle ulteriori repliche -e non so se fui convincente- ebbi dai docenti e dai colleghi della Scuola apprezzamenti e richieste di futuri scambi reciproci; i quali peraltro avvennero solo sporadicamente.
Ritengo che tale argomento fosse già in allora, ed oggi ancor di più, di rilevante interesse teorico-pratico, anche perché certe posizioni adleriane venivano talora criticate perché non presentavano specifiche aree di ricerche sperimentali e/o correlabili alle stesse. Tali problematiche sono attualmente considerate criticamente.

II.          I tre Articoli del n° 74 della Rivista possono essere riconducibili alla corrente portante della P.I.C. e, quindi, ad un modello che si radica nel Biologico, Psicologico, Sociale (Fassino, 1992), ed anche nel Culturale (Rovera, 1984).

1. Il Primo Articolo di Paolo Almondo su “Il social embeddedness della relazione terapeutica. La dialettica tra sentimento sociale e aspirazione alla supremazia” è una rielaborazione di un contributo ufficiale tenuto in occasione del XXIII Congresso Mondiale della I.A.I.P. di Torino nel 2005, che
aveva avuto per Tema “Potere e Dimensione Culturale”. L’Autore, partendo da un termine che trae la sua origine dal radicamento delle attività economiche nella società, sottolinea l’importanza dei “corrispondenti sociologici” di concetti che vanno da un’Aspirazione alla Supremazia ad un Sentimento Sociale; da una Comunità con fondamenti naturali cooperativi ad una Società col senso di umana appartenenza; ed ancora da una componente del Sistema dei Valori ad uno sviluppo del concetto dell’agire secondo un’etica della convinzione oppure secondo un’etica della responsabilità. Queste ultime concezioni non sono antitetiche, ma si completano a vicenda: e soltanto se congiunte formano
nell’individuo la possibilità di avere una vocazione alla politica (Weber, 1922) e – per estensione – anche una vocazione all’attività terapeutica.

2. Il Secondo Articolo su “La percezione nel modello adleriano: una lettura critica”, scritto a più mani, avrebbe dovuto avere come Autori: Antonio Gatti, Sergio De Dionigi e Carolina Gasparini (il sottoscritto è stato chiamato a sostituire Antonio Gatti dopo la sua improvvisa scomparsa). L’argomento riguarda gli studi sulla percezione che si articolano in riferimento allo schema appercettivo: cioè alle opinioni relative a Se stessi, gli Altri e il Mondo. Questi “elementi” più volte trattati da Adler, sono allo stesso tempo precursori costitutivi dello Stile di Vita (Shulman e Mosak, 1990 – 2008).
La percezione nel modello adleriano non solo permette una visione panoramica nella Psicologia Individuale Comparata, ma recepisce anche le attuali ricerche psicobiologiche delle neuroscienze, le quali costituiscono un confronto ed un arricchimento indispensabile circa il tema in oggetto. Da questo
contributo emergono spunti per ulteriori approfondimenti, nell’ambito di una corrente portante e di una psicologia d’uso, che pone lo schema appercettivo quale precursore dello Stile di Vita, nonché quale base sulla quale possono poggiarsi alcuni approcci psicoterapeutici di tipo umanistico (Ellenberger,
1970).

3. Il Terzo Articolo di Sabrina Garolfi e Silvana Lerda, ha per tema “L’identità oltre i ricordi perduti: la demenza di Alzheimer”. L’argomento, altre volte trattato sia in questa Rivista sia in Congressi Adleriani, ha un’importanza peculiare perché, oltre a riferirsi alla psicodinamica dell’identità personale,
che conduce ad uno sgretolamento e ad una perdita della stessa, con deficit mnesico percettivi, inerisce a problematiche socio – culturali anche per l’aumento esponenziale di tale morbilità psichiatrica.
La relazione d’aiuto adleriana, oltre a valenze di tipo riabilitativo, contiene nuclei di psicoterapia psicodinamica in diretta correlazione con gli aspetti biologici. La rete delle connessioni sinaptiche, che il processo neurodegenerativo della malattia continuamente minaccia e distrugge, viene sostenuta ed
a tratti sostituita con la rete intersoggettiva dei ricordi perduti. Ciò è possibile grazie ad un intervento a rete con i familiari e con gli altri operatori. Si sottolinea l’importanza di compiere un tratto di cammino insieme a questi individui, rispettando la continuità dell’identità, dando valore alla dignità e talora accettando la nuova autobiografia nonché sostenendo creativamente le emergenti memorie/non memorie.

III.          Grazie anche ai Contributi su esposti, pare utile recuperare il “senso” dell’Editoriale, “Un passo indietro per avanzare”, giacché stimola ulteriori riflessioni sulle teorie della mente, sugli studi biologici, sulla dimensione di una psichiatria culturale e pure sulle nuove tecnologie informatiche: il tutto
nell’area di una psicoterapia dinamica. Per ricondurre il tema al pensiero di Adler, si citano alcune frasi della Prefazione che Egli scrisse su “Über der Nervösen Charakter” del 1912: «[…] L’evoluzione psichica di ogni individuo e soprattutto le “devianti abnormi” […] dipendono dalla mancanza di adattamento alle esigenze del mondo che lo circonda. Questo contrasto deriva da un senso di inferiorità le cui origini risalgono alle difficoltà incontrate durante l’infanzia […] e alla loro influenza sullo sviluppo psichico […]. E’ in tal modo che un’inferiorità organica o un’infermità fisica possono contribuire a determinare certi atteggiamenti psichici e quindi “il senso di inferiorità” […]. La Psicologia Individuale Comparata ritiene utile indagare sull’origine e la natura di tali fenomeni per poi ricollegarli allo stato attuale e cercare di trarre delle previsioni per ciò che riguarda uno sviluppo futuro […]. D’accordo con Virchow (1854) [studioso della “neuroglia” e delle sue degenerazioni n.d.r.] […] si considera da un punto di vista organico l’individuo come un insieme unificato le cui parti collaborano tutte in funzione di un fine comune. Se è vero che i diversi atteggiamenti, le varie attitudini e le varie disposizioni dell’organismo concorrono a formare una personalità unificata, si può dire che ognuna delle espressioni vitali è il punto di convergenza del passato, del presente e del futuro» (Adler, 1912).
Queste parole di Alfred Adler non solo segnano un’evoluzione anche storica della Sua “Dottrina”, ma sono altresì il miglior commento per questo Editoriale.

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