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Il modello teorico-pratico

La Psicologia Individuale si inquadra nell’ambito delle teorie psicodinamiche ed assume oggi un ruolo rilevante, nel confronto con gli sviluppi della stessa Psicoanalisi, della Psicologia del Sé, e di altre correnti teoriche.

Già Ellenberger sottolinea come “le concezioni adleriane non solo hanno anticipato molte fra le tematiche oggi rilevanti nelle scienze psico-sociali, proponendo modelli di lavoro e indicando direzioni di indagini verso cui è impegnata la ricerca contemporanea, ma hanno colto le esigenze teoretiche ed etiche di fondo che animano l’attuale situazione di crisi individuale e sociale.”

IL MODELLO TEORICO-PRATICO

Definizione:

La denominazione completa coniata da Alfred Adler nel 1911 per la sua concezione teorico-pratica di una psicologia dinamica e del profondo è quella di Psicologia Individuale Comparata.

Il termine “individuale” è utilizzato nel senso etimologico derivato dal latino “individuus”, vale a dire indivisibile; ciò significa che il soggetto costituisce un’unità inscindibile, sebbene diversificata nei suoi aspetti somatici, psichici e sociali. L’aggettivo “comparato” mette l’accento sulla necessità di porre in connessione il soggetto con altri individui in una dimensione socioculturale.

Queste tre dimensioni: somatica, psichica e sociale costituiscono il presupposto, anche epistemologico, perché la Psicologia Individuale si proponga quale “modello aperto”, complesso ed interdisciplinare, in continua interazione con l’ambiente.

Le matrici culturali:

Il modello adleriano prende le mosse da ipotesi precedenti all’incontro con Freud.

Alcune radici di tipo filosofico hanno concorso a formare il corpus teorico della Psicologia Individuale:

tra gli apporti significativi vi sono lo stoicismo per il coraggio come virtù; Leibniz, per l’unità indivisibile dell’uomo; Kant, per gli aspetti pragmatico-antropologici della conoscenza dell’uomo e per quelli etico-pratici;Bachofen, per le concezioni sul femminismo, sulla “protesta virile” e sul senso della comunità.

Adler è debitore inoltre anche ad altri filoni di pensiero: all’evoluzionismo di Darwin; all’utilitarismo positivistico di Bentham; alla concezione sulla “volontà di potenza” di Nietzsche (anche se l’uso che ne fa Adler è diverso) ad Hans Vaihinger, per la “Filosofia del come se”.

Dopo il 1924, Adler si interessa della concezione “olistico-vitalistica” di Jan Christian Smuts e del pensiero di Henry Bergson sullo “slancio vitale”, dei movimenti pragmatici e culturalistici statunitensi. Egli è anche molto attento alle teorie della filosofia della scienza proposte da Karl Popper, dal quale trae spunti per una critica al modello della Psicologia Individuale.

Metapsicologia:

Uno dei punti di partenza della metapsicologia adleriana è che nella vita psichica ogni cosa si verifica “come se” certi fatti fossero assiomi, cioè veri ed evidenti di per se stessi.

Il filone conduttore consiste in una perenne ricerca del senso dell’individuo, inteso nella sua unità diversificata biologica-psicologica-sociale e culturale.

Ogni gesto, ogni atto, ogni sintomo psicopatologico e/o psicosomatico sono inseribili in una linea direttrice, in un movimento verso un fine attraverso dinamismi consci ed inconsci. Del sistema uomo si cerca di studiare non solo gli aspetti causali ma anche gli scopi, tenendo presente che sia i concetti di determinismo sia quelli di finalismo non assumono qui significati di tipo “sostanzialistico” (cioè rivolti ad una causalità rigida o ad una causalità dei fini), ma si propongono come causalismo e finalismo morbidi: cioè “come se” gli individui potessero scegliere delle mete e programmare le azioni opportune per realizzarle.

Onde comprendere il carattere del modello adleriano è necessario riferirsi alla concezione del “come se” (Als Ob) di Hans Vaihinger (1911) ed alla teoria logica delle finzioni, che distingue queste dalle ipotesi.

La finzione è una figura retorica, uno strumento pratico, un concetto che nella Psicologia Individuale si pone come guida direttrice per il raggiungimento delle mete individuali, orienta l’agire umano e pertanto si inscrive tra i meccanismi motivazionali, accanto alle causalità e finalità su base genetico-costituzionale-temperamentale.

Concetti basilari:

I primi lavori di Adler (1906), ancora all’interno del circolo psicoanalitico, riguardano l’inferiorità d’organo: egli prende in considerazione le capacità plastiche del cervello di sopperire, grazie al fenomeno della compensazione, l’inferiorità organica.

Con un secolo di anticipo, la concezione adleriana appare coerente e compatibile con il moderno approccio bio-psico-sociale.

Nei suoi lavori successivi (Il temperamento nervoso, 1912) Adler prende in considerazione il sentimento soggettivo d’inferiorità, e non più un’inferiorità d’organo effettiva.

Il sentimento soggettivo di insicurezza e di inferiorità è il punto di partenza dell’esperienza umana, in quanto accompagna l’esistenza dell’uomo sin dai suoi primi attimi di vita: il cucciolo d’uomo, per molto tempo dopo la nascita, non è autosufficiente alla vita.

Il sentimento di inferiorità è quindi una condizione ontologica dell’essere umano: non solo per la sua sopravvivenza in senso biologico ma anche e soprattutto per la possibilità di esistere psicologicamente.

Il sentimento dell’inferiorità, dell’inadeguatezza alla vita, dell’imperfezione permea l’esistenza e l’esperienza soggettiva dell’uomo.

La Psicologia Individuale poggia inoltre su due istanze fondamentali, che non sono simili alle pulsioni freudiane, ma si costituiscono come bisogni radicati nel carattere.

La prima istanza è la volontà di potenza o aspirazione alla supremazia che in parte è originaria, in parte è compensatoria del sentimento di inadeguatezza.

Essa a livello sia conscio che inconscio indirizza l’uomo verso finalità non necessariamente distruttive, ma anche di protezione e di affermazione personale.

L’aggressività non è quindi considerata come un derivato dell’istinto di morte, ma è un’istanza inerente alle manifestazioni psichiche e comportamentali indirizzate verso l’ambiente o se stessi, con motivazioni consce ed inconsce non solo lesive o competitive, ma anche autoprotettive e realizzative. [2; 3]

La seconda istanza fondamentale è il sentimento/interesse sociale.

Essa nasce da un legame affettivo-sociale primario e determina un “bisogno” di cooperazione e di compartecipazione emotiva con i propri simili.

Nella dinamica della vita psichica il sentimento sociale agisce talora in sinergismo e talaltra in contrasto con la volontà di potenza.[2]

La Psicologia Individuale include nei suoi assunti la concezione dell’inconscio, ivi compresi i meccanismi della formazione del simbolo.

L’inconscio acquista in Psicologia Individuale un significato particolare: diventa ciò che noi non conosciamo di noi stessi, l’“incompreso”, che si integra con la coscienza e che possiede una notevole potenzialità creativa.

Per la Psicologia Individuale l’ideale dell’individuo è una meta finzionale, che nello stesso tempo tuttavia rappresenta un principio unificante e, come tale, è una parte integrante dell’individuo, coerente col Sé Creativo. [2; 4; 5]

Il Sé Creativo, unitario e coerente, è al contempo funzione autopoietica della psiche e struttura che promuove lo Stile di Vita verso un adattamento creativo alle richieste dell’ambiente.

Esso è responsabile dell’unicità dell’individuo, governa la struttura della personalità, interpreta e rende significative le esperienze. [6]

La Psicologia Individuale propone quindi una concezione di individuo che è in costante interazione con l’ambiente.

Uno degli assunti fondamentali della Psicologia Individuale è infatti che la vita sia movimento e che essa tenda costantemente ad un adattamento all’ambiente. [7]

L’eredità assegna all’individuo alcune doti. L’ambiente gli fornisce alcune impressioni.

Queste doti e impressioni e la maniera in cui egli ne fa “esperienza”– cioè l’interpretazione che egli dà di queste esperienze – sono i mattoni che egli usa, nelle sue specifiche modalità “creative”, per costruire le proprie attitudini verso la vita. È il suo modo personale di usare questi mattoni – o in altre parole, è la sua attitudine verso la vita – che determina la sua relazione con il mondo esterno.

Egli incontra problemi che sono completamente differenti da quelli dei suoi predecessori; vede tutti i suoi problemi con una prospettiva che egli stesso ha creato; vede le influenze dell’ambiente con la stessa prospettiva creata da sé e, in accordo a ciò, ne cambia i risultati per il meglio o per il peggio. [8]

L’unicità e l’indivisibilità della persona umana, nel senso dell’originalità e irripetibilità della stessa, e nel senso dell’unità e coerenza interna della personalità, costituiscono il criterio idiografico che deve essere necessariamente presente in un processo di valutazione e classificazione diagnostica.

Un sintomo non può essere considerato fuori dal contesto globale della personalità che lo esprime e lo stesso sintomo assume significati diversi a seconda del contesto in cui si presenta.

Lo studio della Psicopatologia prende quindi le mosse, in Psicologia Individuale, da un approccio diagnostico che consideri vari fattori di rilevanza eziopatogenetica del disturbo, valutando di volta in volta il ruolo svolto da diversi fattori: la vulnerabilità biologica, ovvero le alterate modalità di processamento delle funzioni cerebrali; la vulnerabilità psicosociale, ovvero le esperienze precoci difettali o conflittuali vissute dal soggetto; l’incidenza di life-events significativi; la qualità della risposta individuale alla noxa patogena, descrivibile in termini di meccanismi di difesa, di coping e di compensazione (organizzazione dinamica della personalità). [9]

A partire da una comprensione diagnostica che si pone come obiettivo la possibilità di cogliere “il filo rosso” [10] che collega e dà significato alle diverse manifestazioni della psiche del paziente e della sua sofferenza, il clinico di impostazione adleriana dispone quindi di un modello di riferimento teorico-pratico che gli consente di poter focalizzare la sua attenzione sul singolo individuo, unico ed irripetibile, e sulle sue specifiche modalità (adattive o disfunzionali) di affrontare la sofferenza ed i problemi della vita. [11]

Tale impostazione degli interventi è radicata nella concezione adleriana di un “modello di rete” e di una “rete di modelli”, inteso come strumento concettuale ed operativo tra paradigmi diversi, multimodale ed interdisciplinare, permette di rendere compatibili i differenti interventi e i diversi linguaggi utilizzati (Rovera et al., 1984), e sostiene l’impostazione operativa di interventi anche attraverso l’articolazione di differenti professionalità. [12]

Ambiti di intervento:

La Psicologia Individuale trova quindi applicazione in numerosi ambiti dell’intervento clinico, riabilitativo, psicoeducativo:

  • Psicoterapia e Analisi
  • Psichiatria
  • Psichiatria e psicologia di liaison
  • Psichiatria e psicoterapia culturale e interculturale
  • Counseling
  • Psicoeducazione
  • Psicopedagogia
  • Riabilitazione

Riferimenti bibliografici:

  1. Ellenberger H.F. (1970) La scoperta dell’inconscio, Boringhieri, 1972
  2. Rovera G.G. (1992): La Psicologia Individuale . In: Trattato Italiano di Psichiatria, III. Masson, Milano
  3. Rovera G.G. (1979): Sulla psicodinamica dell’aggressività e della violenza. In: La violenza interpretata, a cura di R. Villa, Il Mulino
  4. Schaffer H.: La psychologie d’Adler. Masson, Paris, 1976
  5. Parenti F., Pagani P.L.: Dizionario alternativo di psicoanalisi. Quaderni di Psicologia Individuale, Saranno, Milano, 1984
  6. Bianconi A., Simonelli B. (2012): Voce: Sè creativo. In: Nardone G., Salvini A.: Dizionario internazionale di psicoterapia, Garzanti
  7. Rovera G.G. (1979): Il sistema aperto della Psicologia Individuale. Quaderni della Rivista di Psicologia Individuale, n° 4
  8. Adler A.(1935): I concetti fondamentali della Psicologia Individuale. “Introduzione” al n. 1 Vol. 1 dell’International Journal of Individual Psychology, N.Y., 1935; trad. it. in: Rivista di Psicologia Individuale, n° 33: 5-9, 1993
  9. Ferrero A. (2009): Psicoterapia psicodinamica Adleriana (APP): un trattamento possibile nei Dipartimenti di Salute Mnetale. Centro Studi e Ricerche in Psichiatria Ed., Torino
  10. Adler. A. (1929): Problems of neurosis. A book of case-hstories. Kegan Paul, Trench, Truebener & Co., Londra
  11. Ferrero A. (2010): Il lavoro sulle finzioni in psicoterapia: significato del setting. In: Rivista di Psicologia Individuale, n° 68: 81-94
  12. Rovera G.G., Fassino S. et al.: Il modello di rete in psichiatria. Rassegna Ipnosi Minerva Medica, 1984, 75, 1-9